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Monday, 15 December 2014

[Felice ⊙ Spin-off :::] Our Hair (Olive trees know everything)





I improvised much of my trip in Italy, back this summer, with my street art performance Felice. One of the stops I knew for sure, though, was Fasano, in Apulia, where I had a little mission with my friend Giulia Trincardi: taking photographs of our long hair into an olive trees field. It was our little tribute to our Friendship, which is born so really strongly only after our Bachelor, once we were geographically more and more apart (and therefore not that able to take photographs of our beloved hair together everyday, you know…).

She recently cut hair a lot, like 30 centimeters, and I can't tell how much that's sad to me (did I already shared the article about the power of hair between Native Americans? Anyway, although I don't know if it true, it does sound very credible to me). I want to publish now our photographs as little exorcism and to call her hair to grow long soon and sooner again (as I know they will).

We didn't know who could take our photographs there, nor it was a problem 'cause many people there could; but once I was in Fasano we immediately found in Annalaura Tamburrini our artist. So, almost all the photographs are sweetly taken by her (and her famous eyebrows, do not forget 'em!); the ones you'll see here are edited by me, but perhaps also Giulia or Annalaura will publish their versions too. Originally we just had this idea of our backs with our hair and the trees around, that's it. But enjoying the afternoon many more pictures came out and we enjoyed those too.
Everything happened pretty much playfully and so we kept it.
And, YES: "playful" is so much the right word! How we love it! I have been a very playful but lonely child, I had almost only one friend and despite my love for her, I never felt her on my very same brainwave. Giulia embodies the friend I always wanted when I was a very little child; but I have an enormous belief into the power of imagination and I have a strange perception of time: somehow, picturing me and Giulia as children playing together does make true those memories, in some dimension that's what's happening, an imaginary mini Eta is playing all the time with an imaginary mini Giulia. That's the strength I feel from the depth of our understanding and friendship. This makes me stronger and happier every day: those little Giulia and Eta playing together somewhere all the time remember to myself the importance of what I'm doing in my life. Even having now so many terribly wonderful friends and human deep connections which make me feel like I always knew someone "from a previous life", with her I have this very peculiar sensation: we met in that childhood (that you're allowed to picture like an anime).
It's like that I always waited for her.
And, wow, you know, she exists!
Lucky me!


I hope you too can enjoy the results of our little ritual. ♥



























Thank you so much, Giulia and Annalaura, for playing with me that afternoon!

And thanks to the olive trees, of course.






PS. I'm working on a bunch of things. The illustration for Victor Lorandi's novel is almost done and I finally have found what I need to share my tale about my summer. I'm working for the English version of Felice, I ordered the sketchbooks I need to write and draw it all over again (here the Italian original version, soon I hope to make it as e-book) and to my website! And more, more, more!

PPS. If you vaguely liked these my photographs, I think I better make sure you know Rib.'s art. Her amazing photographs terribly influenced me (and this may be an insult for her, considering how much her work is great); it's incredibly obvious to me and I don't even try to deny it. She's a little Italian maid based in London and, for my fortune, she's also my friend, that little adorable stupid thingy.

PPPS. My hair already grown longer from this summer! Yuppie, haha! Or, at least, that's what Natalja said.

Tuesday, 13 December 2011

Il sogno in animazione

Quando ero un metro e un carciofo, avevo un sogno ricorrente che m'ha accompagnato per tutta l'infanzia. Ne sono sempre andata fiera.
È una cosa mia, molto intima, quel tipo di cosa che dovresti proteggere nel tuo scrigno e confessare solo a voce alle persone che meritano questi segreti. Invece eccomi a parlarne qui e a dare in pasto al web altri pezzi di Mini Eta... Il fatto è che quando c'è qualcuno che ha buoni propositi in testa e ha dentro l'inquietudine della ricerca, io fatico a non supportarlo. E, per l'appunto, Francesco De Feo sta facendo un'operazione molto interessante. Non voglio ingabbiare la sua operazione dentro delle definizioni, quindi lungi da me tentare di spiegarvelo, andate sul suo blog, il cui titolo è piuttosto esplicativo: recording dreams. E, se avete un qualunque tipo di riflessione o racconto legato ai sogni, sappiate che, per ora, lui è in quella fase spugna in cui raccoglie tutto, quindi non esitate a contattarlo.

Pubblico qui il video che ha pubblicato lui del nostro incontro. È solo un pezzo, quello riguardante il sogno ricorrente, appunto.

E già che oggi è Santa Lucia e sono qui alle prese con i ricordi del mio passato, mi faccio scappare una foto troppo buffa di quando avevo sette anni (credo). Ero tutta esaltata, perché con la scuola stavamo facendo questo laboratorio in cui ci avevano dotato di questi cappelli tipicamente da stereotipo di pittore da strada parigino! (Ai tempi era uno dei quarantamila lavori che volevo fare... Pariginità inclusa! Presumo per colpa degli Aristogatti...)


Questo disegno qui, invece, che mi spunta tra i capelli nel caos terrificante che avvolge la mia camera, credo di averlo fatto a sette anni. Rappresentava mia mamma. Me li ricordo bene quel rossetto rosso-oro e quell'ombretto verde smeraldo!


Pensando a tutto ciò, mi stava venendo il desiderio di rifare i miei disegni preferiti di quand'ero piccola.  Ma dopo un istante mi sono accorta che il mio cranietto mi stava imbrogliando, spacciando per mia un'idea stupenda che però è già stata realizzata: in Potente di fuoco, Ericailcane ridisegna a distanza di vent'anni i suoi schizzi di bambino, mentre The Monster Engine è un progetto che parte proprio dalla domanda What would a child’s drawing look like if it were painted realistically?.

Torno al mio working.
Ma ripasserò presto da queste parti, scusate, ma sto vivendo compleatemente al gerundio!

Monday, 17 October 2011

R.I.P.


Il pane arabo tostato,

il miele,

il latte freddo - intero,

il cucchiaio d’acciaio,

la tazzona bianca coi pois blu sul bordo,

i Puffi - la mattina!

E poi l’ombra si ritraeva e il mio albicocco si scaldava al sole, non serviva più la felpa e io e Lampo potevamo uscire in giardino - la mattina, l'estate!

Mi arrampicavo sul ramo a sinistra, poi mi sedevo su quello a destra.

Cercavo di non schiacciare le formiche, nere e brillanti su corteccia brillante.

Brillante l'erba verde sotto.

Brillante l'aria, fresca, pulita - intelligente (quella era aria intelligente).

Il mio cane bianco, con la testa e la macchia focata e il musetto infarinato e a punta, per fendere l’aria più veloce.

Il tartufo nero, gli occhi scuri, sempre concentratissimi, truccati come quelli di un faraone, profondi e colmi di tutto quello che avevo bisogno di conoscere.

Le sue orecchie giganti (pipistrellone!).

Il cranio perfetto, l’addome perfetto, il petto scolpito e pronto, le zampe voraci, snellissimo, perfetto figlio del trionfo della natura, orgoglio da lupo dei ghiacci in miniatura.

(In miniatura lui, in miniatura io)

Come chiudeva gli occhi verso il sole, per annusare il vento nell’erba.

Come, sdraiato, incrociava le zampine anteriori, elegantissimo.

Come scattava atleticissimo, il mio Lampo, appena un suono lo catturava.

Come correva inarrestabile per tutto il giardino, sfrecciando nel suo percorso solcato nella terra del prato.

Come infine si fermava e tornava sotto il mio ramo d’albicocco.

Poi mi veniva voglia di disegnare. Lo chiamavo e, come se tirato da un filo dolce e invisibile, quando chiudevo la porta di casa sapevo che lui era dietro di me; saliva sulla poltrona della sala, io prendevo i fogli.


Queste sono le cose più importanti dell’universo. Sono finite.
Sapevo anche allora che sarebbero finite.
Sapevo perfino quando sarebbero finite.
Sono finite quando sapevo che sarebbero finite.
È disgustoso.


(Quello è il mio primo olio su tela; io avevo quattordici anni, Lampo sette.
Troppe notti, in questi anni, mi sono alzata di colpo dal letto per scrivere questo post.
Ma ogni volta ho pensato che fosse troppo segreto. Che la rete non fosse degna di queste cose. Che non lo fossi io, che avevo smesso di stargli vicino e non saprò mai perdonarmi. Ma ormai il post si è scritto da solo, nonostante tentassi di addormentarmi. Non siate cannibali. È più prezioso di qualunque altra cosa ci sia qui dentro.)

Wednesday, 27 April 2011

L'importanza imprescindibile delle quattro di pomeriggio (dal lunedì al venerdì)

La nostra* amata Calzino scrive un post su tale Poochie che le fa venir gran nostalgia, la mia Greta Xella si getta in una reinterpretazione barbara di Sailor Moon e mi fa passare almeno un'ora a casa sua di cori a due sulle sigle della nostra infanzia...
 
In tutto ciò, quando l'altro giorno mi sono ritrovata tra le mani il mio diario della prima elementare e ho incontrato una mia Sailor Moon, ho pensato che non potevo essere da meno rispetto alle mie compagne di blog!

Quindi ecco a voi un mio disegno direttamente dal 1995/'96!


Giusto perchè nessuno metta in dubbio cose fondamentali: sia chiaro, io amo tuttora Sailor Moon! Ma la serie, non il personaggio: di Bunny ho sempre detestato l'immaturità... Io ero Sailor Jupiter! E non potete capire quanto questa cosa abbia davvero influenzato la mia vita... Potrei perfino dichiarare che forse una vera cosplayer sono io, perché tra le mie cose nascondo degli elementi che, ebbene sì, vengono da Morea! (Altro che costumi! Io non critico del tutto i cosplayer, ciò che mal tollero è che siano ciò forse vorrebbero essere davvero solo ogni tanto e non nella loro vita quotidiana.) 
Però quando Sailor Moon diventava Serenity mi scioglievo. Quell'abito bianco lunghissimo è ancora inciso nel mio immaginario. Tant'è che sono mesi che ne cerco uno per delle foto. Ne sa qualcosa una certa Moorg... Ne saprete anche voi, prima o poi...

Buongiornotte, pesciolini,
Morea Liparoti


* Dico "nostra" perché, nella piccola rete di blogger che si è formata in questi annetti, credo che ad amare Calzino siamo davvero in tanti. Non so se lei l'ha capito fino in fondo, ma il suo blog è una doccia rigenerante.

Wednesday, 16 February 2011

Peeping Lara

Domani grande giorno: Lara Piccirillo, una mia carissima amica, si laurea.
L'argomento della sua tesi è particolarissimo e si apre a un'infinità di suggestioni: il voyeurismo.
Ha aperto un blog pieno di spunti bellissimi sul tema: Peeping Tom.

Qualche tempo fa mi ha chiesto se mi andava di buttare giù qualcosa lasciandomi ispirare dalle idee della sua tesi. Ho rimandato fino a ieri sera, ma finalmente ce l'ho (anche se il mio impietoso scanner non è molto fedele...):



Non mi mettevo seriamente su una tavola da decisamente troppo tempo. Una delle ultime volte fu per la locandina del Cremonapalloza Rock Fest. I disegni che la componevano, per altro, li ho regalati al Teatro Degli Orrori e poi me li sono rivisti in giro per il mondo (un po' come il nano di Amélie :D ) dentro al video che documenta il loro tour 2010 (circa da 4:35). Figata! :)


Tornando al voyeurismo e alla tesi di Lara, la mia illustrazione non è l'unico omaggio: trovandolo un tema narrativamente fertile, ho messo la pulce nell'orecchio al mio amico David C. Fragale e, come speravo, lui ha tirato fuori altra roba calda. Tra le tante cose che fa, infatti, David scrive - e scrive benissimo. Solitamente non regala al web i suoi testi, quindi sappiate che questi cinque personaggi che ha descritto valgono come pietre rare.
Chiudo il post con questo suo/mio regalo.

***

Marco:

Gli piaceva guardare nelle gole, quando la gente sbadigliava. Per lui quelle gole erano finestre, dentro ci potevi vedere accadere le cose più importanti della vita, talvolta un filamento di saliva poteva essere il segnale di un avvenimento particolare. Se uno apriva le tende morbide e schiudeva l’abisso, lui si sporgeva per cogliere più che poteva il rosa, il rosso, il buio più in fondo, dietro l’ugola e verso le tonsille – i denti no, non gli interessavano, erano mattoni inutili, come i muri che impedivano di guardare dentro le case. Una volta una ragazza aveva aperto la bocca in modo abnorme, sembrava che stesse male – erano sul tram – e lui aveva quasi scavalcato il sedile per godere del panorama; gli era parso di poter scorgere una tettoia laggiù in fondo, come quelle di travi e pannelli in fibra di vetro di certe stazioni dei treni; più giù, un movimento umido, nero, di drago affusolato, e più in basso ancora una polpa bianca, un essere protoplasmico fatto di sperma ingoiato qualche giorno prima, che ancora si teneva, si teneva al mondo…
Quando lei chiuse le fauci dai molti segreti, lui aveva già ottenuto ciò che cercava, e da qualche parte in basso si strofinava nei pantaloni.


Ribes:

Amava le farfalle nere, le farfalle nere di qualsiasi specie. Amava raccoglierne in grande quantità e lasciarle libere per la casa, libere di svolazzare fra i mobili, sulle piante, di posarsi sul suo cibo, ma fuori dalla finestra no, le finestre erano chiuse, dovevano stare chiuse. Lei ci aveva messo i giornali, sulle finestre, perché sapeva che dall’altra parte della strada, dal palazzo di fronte, c’erano dei vecchi sporcaccioni che la guardavano. Alle volte temeva che quelli potessero mandargli ragni rossi-spia che l’avrebbero osservata mentre sedeva sulla tazza del bagno, o che potessero ammazzargli le farfalle. Però non era mai successo.
Quando le farfalle morivano, lei ci metteva sopra del nastro adesivo molto potente. Andava giù in strada e le lanciava per aria, come fiori da un mazzo. Il più delle volte ricadevano tristemente sul marciapiede, dove subito venivano fatte a brandelli dalle scarpe dei passanti, ma in qualche caso una delle care estinte si appiccicava sulla schiena di qualche ignaro pedone. Allora lei lo seguiva ovunque lui/lei andasse (ma meglio se era un lui), lo seguiva finché non arrivava a casa, o arrivava la sera. Allora, spesso, lei faceva dietro-front e tornava alle sue faccende domestiche. Solo qualche volta seguiva lo sconosciuto e la sua farfalla oltre il portone, oltre la soglia di casa sua, oltre i suoi segreti, e uccideva tutti i ragni rossi-spia che trovava.


Clenda:

Clenda spia dai buchi dei cessi pubblici. Fa dei grandi cerchi neri, sempre più fitti, intorno alla fessura da cui spia gli altri, poi in cima all’enorme macchia nera scrive: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”; in certi casi, presa da uno sconvolgimento interiore, riversa tutt’intorno al cerchio di cerchi neri una serie di volgarità gratuite e fantasiose. Accade quando nessuno usa il cesso col buco, uno dei due lati vale l’altro, tanto lei ha vergato entrambe le pareti, così che entrambi i cessi sono suoi.
Ma qualcuno c’è sempre. E lei li guarda, ma non guarda laggiù, dove c’è tutta l’azione, no, lei guarda loro, le loro facce, i loro movimenti, se parlano da soli, se si sforzano, ma il più delle volte preferisce lo sguardo smarrito che alcuni hanno, e la fantasia vola.
Clenda non si eccita a fare questo, non si eccita mai. Il sesso le fa paura, da piccola le hanno detto che dallo scarico dei cessi, dalle turche, ti guardano i bambini morti.


Ludovico Centofanti:

“Sono malato. Molto malato. Non riesco a smettere di guardare questa ragazza, voglio i suoi seni, il suo culo, voglio posare il viso sulla pancia di lei, e voglio venirle dentro tutte le volte che mi va. Voglio ingravidarla all’infinito, voglio sposarla, voglio abbracciarla sempre, passeggiare con lei. Voglio il suo sorriso in eterno, solo per me, e voglio che lei mi tenga la mano, e che me la infili nei pantaloni ogni volta che voglio/lei vuole, e voglio che urli e che mi faccia urlare.
Voglio che mi noti. Voglio smettere di guardarla da lontano, con il binocolo dalla finestra di camera mia, che mi fa ansimare, mi fa morire, mentre la guardo svestirsi, e togliersi il trucco, pronta per il sonno, o vestirsi e farsi bella, pronta per la vita. Lei so che mi vorrebbe, ma sono io che non ho il coraggio di andare da lei, e mi accontento di avere orgasmi pleiadiani, che tanto non contano, che posso sognarla e lei neanche sa che esisto, che per lei farei di tutto.
La voglio. La ucciderei, per quanto la voglio.
Sono malato, sì, ma non come pensate voi.
Sono un voyeur? Forse. Ma non è quello il mio problema.
Ho detto che voglio tenerla per mano. Bene, non ho mani.
Abbracciarla? Non posso. Mi mancano pure le braccia.
Passeggiare me lo posso scordare, le mie gambe sono cadute anni fa, come il mio pisello, ucciso dalla necrosi e finito sul pavimento, come un triste monito. I miei orgasmi sono puramente intellettuali, credetemi.
Anche volendo non potrei mai realizzare il desiderio più innocente, che mi carezzasse il volto. Si è sfaldato anni fa. Fascitis necrotizzante, diosolosa come faccio a essere ancora vivo.
Ho solo il mio binocolo sul suo piedistallo, puntato sempre lì, su di lei, e il mio sgabello soffice che ormai è tutto il mio mondo. Vorrei che questo corpo marcisse del tutto, si sgretolasse, così potrei volare da lei, invece di stare qui, a fare quello che nessuno sa più fare: sognare.”


Talpa

Era cieca e senza legami. Nessuno la voleva, e lei non voleva nessuno. Si concedeva ogni tanto di andare in certi locali, dove le ragazze andavano con le ragazze, e le piaceva sentire i gemiti, certi sussulti, e odori che si spandevano nell’aria, e allora si sentiva bene. Senza emozioni, ma bene. Si sentiva maliarda, scaltra, una donna terribile e seducente. Ogni tanto le facevano annusare le dita, ogni tanto quelle dita si insinuavano dietro le spesse lenti nere che portava sul naso; gli infilavano le dita nelle orbite vuote, frastagliate come strane caverne molli, rovistavano, che una volta una di quelle, toccandole, venne e sparse liquido ovunque, anche sulle sue rughe, poi pretese di farlo ancora e ancora. Lei lo concesse con un tenero sorriso, ma per poco, dopo un po’ sentiva il dolore. E poi, la cosa più strana: si sentiva bagnata. Non laggiù, fra le cosce, ma proprio lì, negli occhi, e non era un contrazione quel pulsare interno, quel brivido di piacere?
La chiamavano Talpa, fuori da lì, fuori dal locale, nel mondo crudele e ipocrita. Ma là dentro, nel suo inferno proibito, era meglio conosciuta come Due Passere. E tutte la amavano.



Tonight goodnight a tutti i guardoni...

Thursday, 16 December 2010

Disegnino al miele


Io credo di non sapere chi sia il mio ragazzo, in realtà.
So solo che mi combina un sacco di magie e che gli escono i fiori dalle palpebre.

Thursday, 18 November 2010

Il Caos bolle nelle nostre tre teste


La canzone del post precedente c'entra ancora: In the Backseat degli Arcade Fire.


Questi sono degli appunti rapidi di frammenti di un'animazione che sta bollendo or ora tra moi-même, Giulia Trincardi e Federica Orlati (due ragazze stepitose con cui ho scoperto quella Sintonia che è così preziosa e speciale...).




Per ora siamo in fase preproduttiva, ma siamo già fottutamente euforiche.

Non so bene come potrò seguire quest'Idea, ma le voglio un bene spropositato.


Si preannuncia un terzo anno più tentacolare degli altri, ancora e sempre millecoseinballo.
A meno che mi riesca il miracolo di chiudere in tempi sensati ciò che è sospeso da troppo e fare... non dico una cosa per volta... ma vedere se riesco a fare un po' di ordine, di farmi polso sul metodo!
Un po' ironico, dato che quest'animazione ha come tema di partenza il Caos, no?

Tuesday, 2 November 2010

Luckaaahhh!

In ordine: il viaggio d'andata. Qualche scarabocchiopensiero sul mio splendido carnet (powered by McA from Cremonapalloza - è un'agenda fighissima!).

(Sono scema, lo so. E mi piace!)

Poi.

Non so

ma forse
non devo
...raccontare tutto quello che è successo a Lucca! (Tanto spero che faccia l'abituale report Mr. Tanca.. Coff Coff...)

Però...

Ho visto miriadi di persone splendide, fatto discorsi che hanno fatto crescere tante foglie nuove nelle mie vene e ho sguinzagliato orde di pesci volanti ovunque. Questo era lo scopo principale.

Prima di tutto, un grazie enorme a tutti i miei fumectoryni adorati: Marco Tanca (e Marcello!), Franco Sardo (e Riccardo!), Alice Cirronis (e Lorenzo!), Lia Finato (e Lele! ...E Sara!!!), Andrea Longhi e già che ci sono anche quei geniacci molto molto in avanti sui tempi di Spinoza, perché nella psicopatia generale mi sono piacevolmente sentita immersa anche nella loro atmosfera! La faccia con la quale potete immaginare la mia gratitudine estremamente in amore col mondo intero è ben rappresentata dalla fotina allo stand Fumectory che mi ha fatto Miss Giulia Trincardi (grazie anche a te, Dolcin' Gɜːl:!):



Non posso citare tutti uno per uno, anche se vorrei, ma almeno devo dire di un figliolo che qui sul mio blogghino avevo nominato altre volte: signore e signori, Andrea Settimo, io ci avevo ragione dall'inizio, è proprio in gamba. E sta in una fanzine, Delebile, che non solo ha una veste magnifica, pure il contenuto - ebbene sì! - è stupefacente. Perciò, lo so che pensavate che ormai noi giovani fossimo tutti incapaci, ma invece questi ragazzi sono davvero bravissimi: teneteli d'occhio. Io vi ho avvisato, eh.


Poipoi.
C'è un altro paio di persone che non si possono non citare. Anche perché avevo preannunciato l'incontro magico...
Questa Lucca è stata in generale una situazione in cui ho conosciuto dal vivo davvero tante persone che prima conoscevo solo via blog, ma. Ma tra me e Miss Ribbon eran tre vite che si rimandava e si sperava di beccarsi. Mille volte si era detto che ci si doveva vedere e che ci si distruggeva di foto&disegni e... e la cosa più assurda è stata che... è andata proprio così! Io, lei e pure Ronzing Beto sembravamo autistici, tutti e tre a seguitare a ritrarci, a raffica, impazziti, sulle splendide mura lucchesi... Perciò non potevo esimermi dal mettere qui (una parte del)le bellissime fotine che hanno collezionato quei due splendidi creaturini (le mie in pellicola, prossimamente). E i miei disegnini (di cui un paio fatti addirittura camminando, tanta era la fame - e la fretta).
Grazie bibbini! :')





(Per favore, notate tutti gli Zigomi. Quei segnacci che ho calcato all'inverosimile sono l'osso che emerge sul volto come solo una linea - quella lì che ho calcato. Non è una cosa che hanno tutti. Non parlo del semplice zigomo (che è già di per se supremo), ma proprio di questo argine osseo sotto l'occhio, come uno spigolo duro che sottolinea qualcosa. Conosco solo altre due persone al mondo che hanno quella caratteristica e sono persone speciali con una cosa in comune (troppo speciale per essere sprecata in questo post, ora).
Se avete notato dei residui lombrosiani nelle mie farneticazioni, non avete sbagliato.
Purtroppo sragiono così. Chiedo scusa a tutto il mondo, preventivamente.)





Infine i disegnetti scarabocchiati allo stand, alcuni ottimi per documentare le tarde ore pomeridiane in cui mi lanciavo in diverse dichiarazioni autodistruttive...



(Questo ovviamente è correggiuto in fotosciop. In modo discutibile anche. Diciamo che mi metto in discussione, anche gratis.)



Queste pagine contengono le sopracciglia originali non finite di Marco Tanca e poi la brutta copia di un disegno più carino. Ma sono in fase non selettiva, quindi beccatevi tutto.

Al prossimo post fluviale.
Bacipienid'amoreperilmondo!
Etina