Google+ Followers

Monday, 17 October 2011

R.I.P.


Il pane arabo tostato,

il miele,

il latte freddo - intero,

il cucchiaio d’acciaio,

la tazzona bianca coi pois blu sul bordo,

i Puffi - la mattina!

E poi l’ombra si ritraeva e il mio albicocco si scaldava al sole, non serviva più la felpa e io e Lampo potevamo uscire in giardino - la mattina, l'estate!

Mi arrampicavo sul ramo a sinistra, poi mi sedevo su quello a destra.

Cercavo di non schiacciare le formiche, nere e brillanti su corteccia brillante.

Brillante l'erba verde sotto.

Brillante l'aria, fresca, pulita - intelligente (quella era aria intelligente).

Il mio cane bianco, con la testa e la macchia focata e il musetto infarinato e a punta, per fendere l’aria più veloce.

Il tartufo nero, gli occhi scuri, sempre concentratissimi, truccati come quelli di un faraone, profondi e colmi di tutto quello che avevo bisogno di conoscere.

Le sue orecchie giganti (pipistrellone!).

Il cranio perfetto, l’addome perfetto, il petto scolpito e pronto, le zampe voraci, snellissimo, perfetto figlio del trionfo della natura, orgoglio da lupo dei ghiacci in miniatura.

(In miniatura lui, in miniatura io)

Come chiudeva gli occhi verso il sole, per annusare il vento nell’erba.

Come, sdraiato, incrociava le zampine anteriori, elegantissimo.

Come scattava atleticissimo, il mio Lampo, appena un suono lo catturava.

Come correva inarrestabile per tutto il giardino, sfrecciando nel suo percorso solcato nella terra del prato.

Come infine si fermava e tornava sotto il mio ramo d’albicocco.

Poi mi veniva voglia di disegnare. Lo chiamavo e, come se tirato da un filo dolce e invisibile, quando chiudevo la porta di casa sapevo che lui era dietro di me; saliva sulla poltrona della sala, io prendevo i fogli.


Queste sono le cose più importanti dell’universo. Sono finite.
Sapevo anche allora che sarebbero finite.
Sapevo perfino quando sarebbero finite.
Sono finite quando sapevo che sarebbero finite.
È disgustoso.


(Quello è il mio primo olio su tela; io avevo quattordici anni, Lampo sette.
Troppe notti, in questi anni, mi sono alzata di colpo dal letto per scrivere questo post.
Ma ogni volta ho pensato che fosse troppo segreto. Che la rete non fosse degna di queste cose. Che non lo fossi io, che avevo smesso di stargli vicino e non saprò mai perdonarmi. Ma ormai il post si è scritto da solo, nonostante tentassi di addormentarmi. Non siate cannibali. È più prezioso di qualunque altra cosa ci sia qui dentro.)

5 comments:

ribbon. said...

ma che belllino, anche se la storia me l'avevi già raccontata
fa piacere leggerla così intensa
baci a te

Calzino said...

mi fai piangere Eta.
bello il tuo Lampo, di genio anche.
vi abbraccio fortissimamente tutti e due.

McA said...

Vero, questo è il post più prezioso della storia del tuo blog.
Dopo quella sfarzosa stagione glam rock '80/'90 di Cani di Razza, con Zoran leader alla voce, quel bastardino di Lampo fu un bagliore fangoso di puro garage punk.

Vivrà per sempre nel nostro ricordo delle corse in cortile all'ora dell'aperitivo, in contemporanea con gli altri cani di Via della Repubblica!

kodama said...

Giocano insieme, Lampo e Merlino, Lampo e Luna, Merlino e Luna, a ricordarci che nella vita l'affetto dato porta al ricordo sempiterno...

D.

Eta said...

@ ribbon.
I tuoi occhi sono degni, di questo sono certa.
Grazie tesoro.

@ Calzino
Lo sapevo che questa storia ti prendeva al petto, dolcezza...
Grazie :°)

@ McA
E con questa ti amo ancora di più!
Anche se forse io Zoran l'ho sempre visto più blues e Lampo, invece, glam, ma sicuramente un glam un po' riot, col chiodo di fissa! Tipo David Bowie in Life On Mars, con quella chioma rossa, ma con un qualcosa di rude.
Ma anche garage punk mi piace tantissimo.
Perché, in ogni caso, sento che sai, oltre al fatto che già sapevo, ovviamente.


@ D.
Come mi sarebbe piaciuto farti conoscere Lampo... E come avrei voluto conoscere Merlino... :°|