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Wednesday, 5 June 2019

/ My path to enthusiasm is so easy.

My path to enthusiasm is so easy.
I find it in my hands hanging two nails on my wall, calibrating the good spot on my door for an illustration, breathing meanwhile the good air of my fresh ideas and feeding all this mood with the joy of discovering everyday new gorgeous music for my endless trips.


---

(These words have been saved here as draft for years, I saw them again posting here yesterday, after ages, and by now I see I won't continue them anymore, I don't remember where they wanted to go. So I post them as they are, 'cause in fact I find them quite inspiring and useful. For myself, as well).

Thursday, 17 January 2019

You Will Heal (A Letter I'll Handle, One Day...)

May my vision give solid roots to the future
May you one day look back and see all this, with different eyes
One day you'll look upon all we've done, and see all what I have held back, then learnt to graciously dance with
You'll see all what I have done, not to lie to you
without supporting your cage either
One day you'll see all the patience I had all along
How much I had to grow too
To wait to see you dance free
One day you'll see all this 'cause you'll heal
You will finally heal, and will be able to see the cage from outside
Then you'll know it so well, that you'll be able to heal others, help others, understand others, support others in a way that none else can now
You will win this, it will be over
I believe in you, and all that you are doing now
It Will Be Over.

Monday, 11 July 2016

"Il fungo e la strega"




Inquietudine odierna sorella dell'inquietudine che avevo a tredici anni, sorella di miliardi di inquietudini, ora, nel Medioevo, sempre, ovunque.
Un po' di paura. Ma molta più speranza.
Per forza.


15 agosto 2002



Eta



Dedicato a tutte le donne che hanno sentito

un sasso nel sesso





Il fungo e la strega









Un giorno qualsiasi,

mentre spostavo

fatti e sogni annacquati

dal sapore del passato,

scovai le parole

di una creatura sporcata.



Nella vana speranza

d’un sonno tranquillo

e d’un risveglio voluto

per il sale delle donne,

adesso trascriverò

i giovani pensieri

della fanciulla spezzata:







«Solo oggi riacquisto

Il mio corpo schiavo

Dei tuoi distorti ordini.

Lo sguardo del paese

È schivo e crudele.

Nessuno comprende la mia storia.

(Terrore).



Conosco i loro giudizi

(spade e sacerdoti),

il mio destino bruciato

è stato firmato

dai loro santi inventati.



Era sole, nuvole candide,

fratelli e sorelle,

e frutti di bosco,

sarta o cuoca.

O forse illusioni:

l’infanzia sorride.



Sotto il ciliegio,

crescevano i funghi:

a seconda del giorno,

una sorella li coglieva

e sabato era il mio turno.

Insieme ai funghi,

scuri capelli,

sorriso malizioso

(mi sembrò gentile).

Carne scoperta:

placido e sciolto,

spugna imbevuta.

Colsi un avviso

nel mio strano e recente

sconosciuto intestino:

un sasso nel sesso.

Percepii opposte reazioni,

ambigue sensazioni.

Troppo presto

Il segreto mi fu svelato:



fosti violento,

insaziabile e contento…

sudore e fango…

schifoso fungo…

il tuo sudicio piacere…

il mio spaventato imbarazzo…

il fungo in uno stagno…

piansi (angoscia)…

respiro

(ansia)

Rosso sangue

Fradice croste

Viscere

Viscido

(Occhio) spalancato…

(Lo spazio) nelle lacrime…

Scalza tra i chiodi…

Ma senza fiatare…



Grosse mani

e il fungo di sugo

La mia testa in un sacchetto

E la salsa nei miei orifizi

Una salsiccia nei capelli.

La serpe (morta), il fungo.





E poi venne smisurato il ventre:

- Guai se non ti sposi

- Chiese e streghe

non vanno assieme

(- Ma l’odore suino?)

(- Ma il fungo spoglio?)





E fu eclisse di luna di sole di stelle.

Solo Cielo negro e nuvole grigie.





Sedie di fumo

E riposo trasparente.

Lavoro e spine.

(- E il fungo che sbava?)

Moglie e serva

(Madre distrutta)

Sguattera dell’intolleranza.



Mi togliesti la vita,

scopi e sapori buoni,

Mi tolsi bambina,

ma mi sbarrai la donna.



Condannata e sospesa

sospesa e condannata.





(Il maschio morto

Fungo e rami secchi).





Se non conoscerò mai

la sana sorpresa,

o un’esistenza pacata,

non ne voglio una falsa.



E se non ho diritti,

scoprirò la vendetta,

un sangue più bello.



Ma se ho ucciso

Il tuo malato respiro,

la gente ucciderà la strega.



(- Mamma dove sta?)

Ma i suoi fianchi

e il suo caro seno

sono i segni

d’un’altra voce nascosta

schiacciata

soppressa.

Ma mamma mi sussurra

che col fuoco non si soffre

(Una nenia silenziosa

sano crepitio).

(Dolci consolazioni)…



Babbo

(voce sommessa)

è un baule con la serratura.

Gli occhi stanchi.



Sento il calore,

le fiamme esasperate,

(soffici bugie:

il fuoco fa soffrire),

le mie membra sfumano…

Dopo troppa tristezza,

l’anima svanisce,

lo spirito si è bloccato

nel fungo di rospo…



E se sospiri

E ricordi sperduti

possono continuare

nel mio cadavere non sepolto

(neanche la fossa comune)

resiste solo

la carcassa del fungo,



giacché ogni sera,

s’interrompe il presente

e subito il serpente

si smascherava tormento:

dalla mia testa decomposta

riemergeva il fungo smembrato.

(Spalla a spalla

con quelle immagini prosciugate,

ombra asfissiante).



Soffoco nel fuoco:

il tuo fungo non dà scampo:

nella schiavitù

e tra gli sguardi

taglienti o abbassati

della folla spudorata,

ripenso ai miei nati:

figli spenti in avide carestie

sono arti segati.





Custode del mondo,

chiunque tu sia,

salvami da questo!

Ho subìto il fungo,

la schiavitù del matrimonio,

il severo pregiudizio,

ho attraversato la morte

e superatene le soglie…

Cos’ho commesso

(non sono una strega!)

per scappare a vuoto

da un’immagine stampata

nel fondo dei miei sensi

Quale atroce mostruosità

non può sfuggire

all’eterno castigo?

E perché non riesco

a smettere di rivedere

le mie pene nei sogni?





Fungo marcio e spazzatura…

Se sono morta sono appassiti,

ma quella pasta

molle e insalivata

mi sposserà senza sosta,

sino all’incoscienza…



Sverrò disperata in uno stagno coi fughi.»



Me in 2001, Lizzola (Alps)

Friday, 9 January 2015

FIRST PLEASURE, THEN DUTY

So that the duty comes much better.

Thursday, 24 July 2014

Felice


The night of the 3rd of March 2013, I started to write a long private letter.
In a few lines, though, I realized that I wanted to share that with anyone, because what I was trying to tell had to do with the biggest lesson of my life, what I always try to share and what I see people appreciating the most from me as well.
So I kept writing, allowing myself to this spontaneous and naked flow.

As I understood that I wanted to make something out of those words and lines, that night, I immediately realized that it was going to turn into a bigger project: I had those pages, I had a theatrical monologue out of them and I had a series of illustrations around and inside them.

When I started to write I didn't know how long the whole work was gonna take, I only knew that I was stopping when I was reaching the end of the sketchbook.
The process took fourteen months, although in a few weeks I was further enough to say something here about it, sharing the Heidi Harris' song Nine Feathers, which has my voice reading some extracts of this words (and lines and colours and blank spaces).

Since last April, when I finished to write, I mostly worked on the performance for the monologue, which is the current step and the reason why I temporary left my Dutch home in July to come back in Italy for the summer: when I started to write that letter, I was writing in my native language – the language that I had to keep to write that way. Yes, though, I really really want to translate it all in English as well. But not now: now I came back in Italy to go busking around, with my backpack, my sleeping bag (well, actually isn't mine: thank you, Bard), my tent, the Death Tambourine I introduced you some weeks ago and, last but not least, a rainbow xylophone! Plus the letter, of course: Felice. That's the title of the book.
It means:
"happy".


shoot: Masha Rozhnova

So now what?
Now I'll leave for my trip, reading my love letter about the harmony in the streets and in the squares or wherever I'll feel, pretty much going random or visiting the several Italian cities and villages where I have friends waiting for me.

shoot: Veerle Van Harten
I'll also perform in some associations or so, plus, at the end of August, the Ferrara Buskers Festival (and that's a dream, let me tell you, my memories of that festival as teenager and visitor are really framed in golden tears of magic).
If you perhaps want to try to follow me, I "even" created a space on facebook.



shootMasha Rozhnova
shootMasha Rozhnova
shoot: Masha Rozhnova
shootMasha Rozhnova


If you're curious to have a look into this freaky psychedelic thing, well, you can read it all online.




More will come.




Later!


…Now I'm going to enjoy my trip. :)

Monday, 30 September 2013

Semi di lino; non sosia.

* FOR ENGLISH SCROLL DOWN


Da un angolo di te, tu sei me io sono te.
Da un angolo di te, vedo questa essenza in comune che sembra cresciuta in due forme diverse.
Una sei te, una è me.
Da un angolo di te, vedo l'intersezione tra me e te.


La mia pelle getta piccole forme tonde sospette, in questi giorni, io provo ad ammorbidirmi con gli impacchi di semi di lino.
Bella scusa, questa, per usare finalmente i semi di lino.
I semi di lino sono un ricordo proibito della mia infanzia, mia nonna li cucinava per curare il cavallo, non erano per me.
Se fate scaldare i semi di lino nell'acqua, lasciandola assorbire, dell'acqua rimarrà un collante denso e trasparente. Con in mezzo i semini marroncini. Io li volevo assaggiare, per lo stesso motivo per cui volevo assaggiare la carne macinata cruda e l'uovo crudo. Sapori tiepidamente non conformi, più prossimi di una fuga: addirittura, il passo precedente della cottura. Giocare a vedere quanto è più gustosa la semplicità. Soprattutto se con quell'aspetto viscidino e trasparente.
Ma i semi di lino non erano per me e io, giudiziosa, non li avevo mai assaggiati.
In questi giorni, invece, i semi di lino li cucino per i miei impacchi.
Li avvolgo nel cotone bianco e li tengo a lungo nella mia ascella, sperando ammorbidiscano queste palline dolorose dalla dubbia interpretazione e le mandino via presto.
Il cotone bianco è quello del mio cuscino. E l'odore di semi di lino cotti, ora che li posso annusare fino a quando lo decido io, sa della mia mamma. Sa della felpa della mia mamma quando mi mancava, per la precisione–quella felpa larga, liscia, bordeaux. Quando la mia mamma mi mancava, io abbracciavo la sua felpa larga, liscia e bordeaux.
E ora lo scopro di cosa sapeva: di semi di lino.
Non so com'è che la felpa della mia mamma quando mi mancava sapesse di semi di lino, perché la mia mamma non usava i semi di lino, però forse i semi di lino sanno di mamma, dev'essere così.

Stanotte guardo e riguardo le foto della mia Non Sosia, e anche lei sa di semi di lino. Non come una mamma, no di certo, ma come se l'avessimo condivisa, la stessa mamma–e di lei avessimo la stessa impronta.
Che poi scrivo questo e la tua mamma, penso, dev'essere completamente diversa.
La casa in cui sei nata, completamente diversa.
Sei nata a Milano, penso, io sono cresciuta arrampicata a un albicocco, invece, tu ce l'avevi un albicocco dove arrampicarti? O lo sospiravi da una finestra cittadina?
(No, tu dalla finestra, ora lo immagino, sospiravi il mare, 'ché la tua aria, mi hai detto, è l'acqua, e da bambina ti veniva il mal di terra quando lasciavi la barca, mi hai detto.
Io invece da bambina leggevo sui rami, su quei rami d'albicocco avevo letto pure Il barone Rampante, e chissà che idee mi saranno saltate in mente…)

Ti guardo (ti guardo all'indietro, ti guardo al passato fresco, ti guardo ripensando a pochi pomeriggi fa quando ci siamo incontrate), ti guardo e però, lo annuso, sai di semi di lino anche tu.

Oppure:
 in semi di lino potrei parlarti.

«Di solito queste cose alla gente le devo spiegare; invece adesso sei tu che le dici a me», mi dici in quel giorno che, abbiamo deciso, è il giorno del nostro Non Compleanno: è il 24 settembre, e mi fa un po' impressione, perché il 24 settembre è anche il compleanno di un'altra persona, è una di quelle date che aveva un posto speciale nel mio calendario. Ma invecchio e i giorni dell'anno sono solo trecentosessantaquattro; negli anni ciascuno di essi, forse, diventerà un giorno con un significato, e molti ne avranno uno doppio o triplo.

«Di solito queste cose alla gente le devo spiegare; invece adesso sei tu che le dici a me», e io sorrido non molto sorpresa–ma certo mia cara, siamo non sosia:
sapevo da quell'angolo di te dove c'è l'intersezione tra me e te che parlavamo la stessa lingua.

«Ma allora esisti», quando mi vedi mi dici ancora raggiungendomi a braccia aperte dalle strisce pedonali.
«Ma allora esisti», eco io.


Ti ho scoperta che eri a Milano, quando io Milano l'avevo appena lasciata.
E quando ti avevo scritto per salutarti lì, ti eri trasferita a Copenhagen.
Ci eravamo dette tantomeglio, ci vedremo al Nord, perché di lì a breve io mi sarei trasferita nei Paesi Bassi.
Ma quando io ero venuta a Copenhagen, tu te n'eri andata di nuovo, eri tornata a Milano.
E in questi mesi, da allora, i miei ritorni in Italia erano stati troppo brevi.
Finalmente non questa volta.
Ce l'abbiamo fatta ancora per un pelo, perché il giorno dopo tu saresti volata in Corsica, ma finalmente il 24 settembre eravamo tutt'e due lì, in Piazza Cinque Giornate.
Mi hai portato in un piccolo ristorante perfetto, pieno di frutta e verdura, senz'affatto sapere che è da quando ho tredic'anni che gli animali non li mangio, ci siamo sedute una di fronte all'altra e abbiamo viaggiato.

Tenevo fermo con una mano l'angolo di te che è intersezione di me e te, lo tenevo fermo come se fosse il centro del foglio sulla scrivania, e con l'altra mano facevo ruotare velocissimo il foglio, per vedere i colori mischiarsi e per bere la tua vita, vedere quanta era già mia e quanta –che meraviglia– era invece tutta tua.

Quella goccia di Giulia Maria Cristina è caduta nel mio flusso ben quattro anni fa.
La prima traccia la raccontavo qui, dopo che la mia Sonica aveva trovato quella fotografia sul suo computer, senza sapere da dove venisse, senza saperne niente.
La seconda traccia la raccontavo qui, quando, due anni fa, grazie a una nuova funzione di ricerca di Google Immagini, avevo scoperto dove quella fotografia era stata caricata. Con mio enorme stupore, tra tutte le possibilità presenti sul Pianeta, quel volto che sembrava così tanto il mio proveniva giusto da Milano, a pochi chilometri da me. Eravamo vicinissime.
Provai a scriverle su quell'account di Flickr, ma lei non ricevette il mio messaggio e giunse al mio post solo tre mesi dopo, tramite le statistiche del suo account.
Da allora abbiamo tentato più volte di vederci e ci siamo augurate la luce, ma ci siamo abbracciate per la prima volta solo martedì 24 settembre, martedì 24 settembre.

Ora ti guardo all'indietro, all'indietro martedì, all'indietro nei semi di lino, all'indietro nell'infanzia, come se fossi con me a fissare quella gran pentola che ribolliva tiepida, c'eri anche tu? Ci sei nelle castagne? Ci sei nell'anta marrone della dispensa? Ci sei quando decido che sono atea? Ci sei quando salvo quella lucertola con mia cugina? Ci sei quando imparo ad andare in bici? Ci sei quando piango nella piscina perché il mio primo fidanzatino smette di scrivermi? Ci sei quando nella piscina ci cado e mi prende al volo mio cugino? Ci sei quando mi sbuccio il ginocchio per prendere in braccio il mio cane che litiga con un altro cane? E ci sei quando calibro di non morire? Ci sei quando credo di non poter creare? …Ci sei quando, dall'albicocco, desidero tantissimo una gemella? Ci sei quando decido di partire. Ci sei quando decido di ricordare. Ci sei quando decido di partire e ricordare e sempre giocare. Come si chiamano le mie storie, nelle tue storie? Ti guardo il braccio con quei colori, abbiamo tutt'e due questi tatuaggi che fanno avvicinare la gente a chiedere se sono sono veri o sono "pitturati", tutti col dito a sfregare, sì, è vero, dobbiamo ripetere sempre, che bello avere promemoria eterni che sono freschi ogni giorno, mia Non Sosia, e crederci ogni giorno come il primo.

Ti guardo per ore sul mio pasto, m'incanto e mi soffermo, ti leggo, mi domando, poi finalmente finisco il piatto e ti dico di alzarci, alziamoci allo specchio, guardiamoci insieme ora.

E mi sorprendo della mia faccia, che ora mi aspettavo come la tua.

Mi è cambiata la faccia.
Ci cambia la faccia.
Anche a te cambia ogni giorno la faccia.
Mi cambia pure a me.

Di quella foto incriminata, da quell'angolo di te che sembra me e sembra te, il titolo rubato a Sartre diceva tutto: Può darsi ch'io sia troppo abituato al mio viso

Ti guardo e vedo una donna, che parla la mia lingua, e sorrido tra me e me di vedere una donna, nella non sosia che interseca me; mi ricordo che non so ancora bene se sono già una donna o una ragazza. Infine mi ricordo bene, invece: avevo deciso che sarei diventata donna a venticinque anni. E tu ne hai uno in più, tu ne hai venticinque, io ne ho ancora ventiquattro. Tra qualche mese, penso che avrò un ingranaggio in più. Tu invece ce l'hai già, e sei bella.

Vorrei immergere tutta la mano e farla affondare tra le tue nuvole d'acqua, sorvegliate dai nostri fuochi maggiori in cima alla montagna, so che potrei sdraiarmi sul prato a occhi chiusi e ricordare ogni tuo ricordo, ma il nostro tempo è già poco.

Facciamo due apparizioni:

Tu mi porti dalla donna che ti ha tatuata, una donna piena di luce.
Io ti porto da una donna che ha collezionato storie d'ogni tipo, e certo non ci sta male se ci fa un po' da testimone, penso, pensiamo. E ora penso anche che pure lei, per altro, ha molto a che fare col mio, di tatuaggio–per quella volta che mi misi a piangerle di fronte, quando mi disse che lei l'aveva conosciuto, Andrea, era stata sua amica (Andrea, Andrea, quello dell'altro tatuaggio che ho io, un Andrea che è morto una decina di mesi prima della mia nascita e che quindi io non ho certo conosciuto…).

Poi tu devi partire.
Penso che te ne vai via con un po' della mia faccia
e io andrò via con un po' della tua.

Ci rivediamo tra un po', a vedere che cos'ha visto la nostra faccia, sulla faccia dell'altra.




Giulia Maria Cristina, my Not Double
The next portraits of her will have deeper colours;
in the meanwhile I can only donate us a preview of a first flat layer of sensations



E che faccia abbiamo, comunque, ancora esattamente non l'abbiamo capito.



(Ci somigliano, no, ma siamo le stesse, in quell'angolazione che l'intersezione l'una dell'altra…)







Nel frattempo una decisione immancabile c'è stata.
Creeremo insieme, ci racconteremo insieme.
Questo post è solo il primo figlio dovuto, dopo i capitoli precedenti, venuto da sé.


(Un grazie speciale, questa notte, al mio piccolo blog, che sta diventando un diario sempre più amico…)







*
This story started four years ago, when I received from my friend Sonica a photograph with a girl totally looking like me: I have shown it here. My friend completely ignored how she found that picture: she just stumbled in it, neither online, just in her computer. Like that.
And she just sent me the portrait, astonished.
After two years, thanks to a new Google Images function, I could enter her file online and I found her (I told it here, still always in Italian, though).
Considering that she could live anywhere else on the Planet, the big surprise was discovering she was just from Milan, ninety kilometres from my hometown Cremona. I have tried to reach her by that her Flickr account, but she never received my message.
After three months, checking her Flickr statistics, she landed on my post, where I was telling "our" story.
We decided to meet, but at the time we were busy, I had finished my academic lessons and so I wasn't anymore living in Milan, so we postponed… and when, months later, I asked her to meet in Milan, she moved in Copenhagen. And when the past November I went to Copenhagen from Utrecht, where I already moved, she had moved in Milan, again.
So the past week, finally, going back in Italy to visit friends and family, we made it: we met.

And this is only the beginning…